Fascismo: l’ascesa delle camicie nere

Le premesse del fascismo

O Fiume o Morte ! – Nella primavera del 1919, il poeta abruzzese Gabriele D’Annunzio, appoggiato da ex combattenti della Prima Guerra Mondiale, insieme alle truppe d’assalto ed alcuni reparti dell’esercito italiano occuparono la città di Fiume, trasformando la città nel rifugio per i personaggi quali in seguito divennero il nucleo attivo del movimento fascista. L’occupazione della città di Fiume avviene dopo quasi 6 mesi dalla firma dell’armistizio e cessata il fuoco l’11 novembre 1918 tra Germania e le forze alleate (Francia, Italia, Gran Bretagna e gli Stati Uniti d’America). Qualche mese dopo, i paesi alleati si sono riuniti a Versailles per dividere i territori entrati sotto controllo dopo la disfatta dell’esercito tedesco e quello austriaco. I territori promessi all’Italia nel 1915 con il Trattato di Londra comprendenti la Dalmazia, l’Istria, il Trentino, Trieste e Fiume sono in gran parte negati. Trieste e Trentino comunque sia sono confermate ufficialmente territori italiani come previsto dal piano proposto dal Presidente americano Thomas Woodrow Wilson. Il governo italiano si rifiutò di partecipare alla Conferenza di Pace e quindi revocò i suoi rappresentanti da Parigi, una manovra sbagliata dal punto di vista diplomatico ma necessaria dal punto di vista del prestigio e dell’orgoglio nazionale. Le ulteriori azioni di D’Annunzio e degli altri combattenti italiani impegnati nell’occupazione militare di Fiume furono tollerati passivamente dal governo di Roma, come succederà di seguito anche con le squadre fasciste.

Economia del caos – La situazione economica e sociale dell’Italia dopo 1918 era drammatica. In tempo di guerra gli industriali si erano arricchiti mentre lo Stato, al contrario, era sprofondato in un abisso. Il debito pubblico era aumentato del 650%, la svalutazione della lira significò un pesante aumento dei prezzi di tutti i prodotti importati in Italia. Per frenare il malcontento popolare lo Stato decise di mantenere un prezzo artificiale del pane. In questo clima di crisi gli operai ottennero l’aumento degli stipendi, dall’altra parte i ceti medi della società tra cui i funzionari dello stato e la piccola borghesia videro pericolosamente diminuire la distanza che li separava dal proletariato a causa della perdita del potere d’acquisto della lira. Questo cambiamento radicale del benessere della classe media avrà come conseguenza l’avvento del movimento fascista appoggiato maggiormente dalla borghesia italiana.

La guerra non finisce mai – Il contrasto ideologico tra i neutralisti e gli interventisti non scompare nemmeno quando la guerra finì. I neutralisti sostenevano che il conflitto appena passato non fu altro che inutile macello, mentre gli interventisti accusarono i primi di non aver compreso l’importanza della prova sostenuta dalla patria, accusando i neutralisti di essere senza patria o, peggio, nemici della nazione.

La minaccia rivoluzionaria – Trovato in un contesto politico difficile, il presidente del Consiglio Francesco Saverio Nitti era convinto che in Italia stesse per esplodere la rivoluzione comunista a causa degli scioperi popolari e dell’anarchia che prese forza nella campagna italiana. Secondo Nitti, in caso di rivoluzione, lo Stato non sarebbe stato in grado di fermare le violenze con il solo sostegno dell’esercito e della polizia, bensì con l’eventuale uso della forza contro i sovversivi rossi anche da parte di soggetti non statali (come ulteriormente avviene con le squadre fasciste). Il 4 novembre 1919 il governo di Nitti si rifiutò di organizzare qualsiasi celebrazione per il Primo anniversario della Vittoria, concedendo qualche mese prima l’amnistia ai disertori. Questi gesti, agli occhi di molti ufficiali e dei nazionalisti, presentavano ancora una volta la debolezza dello Stato liberale del tutto inadatto a fronteggiare l’emergenza, da qui le azioni di D’Annunzio e delle squadre fasciste, formate tra 1919-1920, prendono popolarità anche tra i ceti alti della società italiana alla fine della guerra mondiale e gli anni successivi.

Partito Socialista Italiano, PSI – La paura di una rivoluzione era alimentata dalle dimensioni imponenti del Partito Socialista Italiano (PSI). Al Congresso bolognese del PSI dell’ottobre 1919, la corrente massimalista rivoluzionaria, guidata da Costantino Lazzari e Giacinto Menotti Serrati, uscì vincitrice e di conseguenza approvò la proposta di aderire all’internazionale comunista fondata a Mosca. L’ideale della rivoluzione proletaria non era condiviso affatto da ampi settori del movimento operaio il quale si preoccupò di conquistare migliori salari e condizioni di lavoro che di preparare l’insurrezione decisiva. La maggior parte dei deputati, guidati da Filippo Turati, aveva assunto una posizione riformista, quindi moderata.

L’estremismo di Gramsci e di Bordiga – L’ala più radicale del partito, pronta e decisa di andare fino in fondo cominciò a delinearsi soprattutto tra i giovani nel corso del 1919. Tra gli esponenti maggiori di quest’ala vi furono Amadeo Bordiga e Antonio Gramsci, giovane rivoluzionario con studi di filosofia e letteratura preso l’Università di Torino, l’ideologo principale del comunismo italiano favorevole alla svolta rivoluzionaria in Italia. Insieme a Palmiro Togliatti, il 1 maggio 1919, Gramsci diede vita alla rivista ”Ordine Nuovo”. L’idea che fu lanciata attraverso questa rivista era quella dei consigli di fabbrica, organismi eletti dagli operai che a presto si sarebbero trasformati nel nucleo attivo di combattimento del PSI. Gramsci era sostenitore della trasformazione delle masse in soggetto attivo, mentre Bordiga considerava il partito nel suo insieme l’unico e vero protagonista dell’azione rivoluzionaria.

PPI, Partito Popolare Italiano – Per contrastare la crescente importanza dei socialisti, nel 1919 viene creato il Partito Popolare Italiano (PPI). Questo partito rappresentò l’entrata in forza dei cattolici nella vita politica nazionale. Il leader della nuova formazione, il siciliano don Luigi Sturzo, voleva rivolgersi non solo ai cattolici, ma a tutti gli italiani che si riconoscessero negli ideali e negli obiettivi del partito. Le correnti rivoluzionari del paese (PSI) chiedevano il cambiamento del sistema elettorale, passando da un sistema uninominale (deputati eletti nei loro collegi elettorali) ad uno proporzionale (deputati eletti in base alla percentuale ottenuta dal partito su scala nazionale). Evidentemente un tale cambiamento non poteva essere sostenuto dalle forze anti-socialiste del paese, tra cui anche il neo nato Partito Popolare Italiano.

L’entrata in scena di Benito Mussolini – Nel 1919 insieme alle formazioni new entry sulla scena politica italiana, il Partito popolare ed il Partito socialista, compare un nuovo soggetto politico chiamato movimento dei Fasci italiani di combattimento. Il leader più carismatico del movimento fascista fu Benito Mussolini, nato a Dovia (Predappio) nel 1883, iniziò la sua esperienza politica nel Partito socialista italiano (PSI) all’interno del quale fece rapida e brillante carriera per diventare nel 1912 il direttore dell’Avanti, il quotidiano ufficiale del PSI. Mussolini era un sostenitore della corrente più radicale del PSI secondo cui fra i capitalisti e il proletariato non doveva essere altro che guerra aperta, fino alla rivoluzione finale. Ispirato dalle idee anarchiche dei filosofi Georges Sorel e Mikhail Bakunin, Mussolini riteneva che i lavoratori dovessero sempre tenersi pronti per quell’evento decisivo, ovvero la rivoluzione. Nel 1914 un’ondata di scioperi investì la Romagna e le Marche e provocò vari disordini, l’artefice di questi scioperi chiamati anche settimana rossa fu Benito Mussolini. Quando scoppiò la Prima Guerra Mondiale, il PSI si schierò apertamente per il non-intervento dell’Italia nel conflitto, mentre Mussolini scelse il campo dell’interventismo, avendo intuito le difficoltà dello stato e delle istituzioni politiche a manovrare la situazione dopo la guerra, creando così ottime condizioni per la rivoluzione proletaria. A causa del suo atteggiamento interventista, Mussolini viene espulso dal Partito Socialista. Lo scoppio della rivoluzione bolscevica in Russia nel 1917, evoluta in una vera e propria guerra civile con conseguenze catastrofiche per il nuovo stato russo, spinse Mussolini ad abbandonare definitivamente l’idea di un radicale rovesciamento dell’ordine in Italia, affermando d’ora in poi il ruolo fondamentale della borghesia imprenditoriale nello sviluppo economico di un paese insieme all’ideologia che si basa sui concetti di patria e di nazione.

I Fasci italiani di combattimento – Il 23 marzo 1919 Mussolini convocò una riunione al fine di fondare una nuova formazione politica capace di opporsi sia allo Stato liberale, sia al Partito Socialista di matrice marxista (comunista). La nuova formazione, denominata Fasci italiani di combattimento, nata a marzo espose il suo programma il 6 giugno 1919, su ”Il Popolo d’Italia”, giornale fondato da Mussolini nel 1914. Il programma esposto dal nuovo movimento di Mussolini insisteva sulla necessità di una politica estera intesa a promuovere e valorizzare la nazione italiana nel mondo, detto in altre parole di affermare l’Italia come grande potenza sulla scena politica mondiale. Il movimento dei Fasci si proponeva di unire in sé due concetti diametralmente opposti, quello di nazione e quello di socialismo, incompatibili per definizione. Il socialismo riteneva che il proletariato era un unico istituto senza frontiere e quindi l’idea della nazione era contraria all’ideologia socialista. Mussolini riteneva che l’unione di questi due concetti e fondamentale per la creazione e lo sviluppo della nuova società italiana, il socialismo corrodeva dall’interno l’unità di intenti e di ideali senza la quale una nazione non avrebbe potuto affrontare le altre nazioni nella lotta per la sopravvivenza e dominazione mondiale. All’inizio del 1920, il movimento attraversò un momento di crisi dovuto alle elezioni del novembre del 1919 durante le quali i Fasci avevano raccolto pochissimi voti.

Scioperi dovunque – Nel giugno del 1920, Giovanni Giolitti divenne presidente del Consiglio. In Emilia-Romagna i braccianti obbligarono i proprietari terrieri a stipulare contratti più vantaggiosi per i primi. Nello stesso tempo gli operai metalmeccanici occuparono le fabbriche, creando così panico tra la borghesia, si sparse così il terrore del bolscevismo. Giolitti rimase impassibile a tali scioperi, adottando la strategia di non intervenire, consolidata nel passato. Dopo alcune settimane gli scioperi e l’occupazione delle fabbriche finirono, mentre il PSI dichiarava ufficialmente che queste azioni non erano assolutamente da considerare come il prologo della rivoluzione sociale. Il proletariato italiano uscì disilluso e disorientato, mentre la borghesia trovò una rinnovata volontà di opporsi con ogni mezzo ai sovversivi rossi. Giolitti infatti aveva adottato una strategia giusta che però negli occhi della borghesia sembrò un atto di debolezza dello Stato e delle autorità incapaci di difendere la proprietà privata dei ceti medi e alti della società.

La risoluzione del problema di Fiume – Il 4 novembre 1920 Giolitti fece celebrare con grande solennità l’anniversario della Vittoria, però tra i militari serpeggiava la voglia di uno Stato più forte, capace di valorizzare la nazione italiana e di riconoscere i giusti meriti dell’esercito che aveva combattuto per la patria. Il 12 novembre 1920, Giolitti risolse la questione di Fiume grazie all’intervento dei reparti di carabinieri e di guardie regie, ritenuti più fedeli di quelli di fanteria, che seguirono il comando del governo di liberare la città occupata dalle truppe di ex combattenti di D’Annunzio. La liberazione di Fiume avviene dopo la stipulazione del Trattato di Rapallo, firmato lo stesso 12 novembre del 1920 da Giovanni Giolitti ed il Ministro degli Esteri della Iugoslavia, con il quale l’Italia poté annettersi l’Istria mentre Fiume fu dichiarata città libera.

La fine di Giolitti e la nascita del Partito comunista – Nel 1921, Giolitti affrontò la grave situazione economica abolendo il prezzo artificiale del pane, introducendo politiche fiscali più rigorose provocando il malcontento sia del proletariato sia della borghesia. Questo insieme di azioni di risanamento della finanza pubblica provocò l’ostilità della borghesia e di molti deputati liberali. Nel 1921, Giolitti diede le dimissioni. Durante lo stesso 1921, il Partito Socialista Italiano dovette affrontare una gravissima crisi interna, i componenti più radicali volevano creare un nuovo partito veramente comunista. La scissione viene formalizzata ufficialmente il 21 gennaio 1921 al Congresso di Livorno.

Il fascismo s’impone sulla scena politica

Fascismo – l’unica soluzione ! – Secondo i militanti del neonato Partito comunista, in Italia la situazione era propizia per la conquista rivoluzionaria del potere, lo Stato era debole, con un capo di governo incapace di gestire la situazione (dopo le dimissioni di Giolitti) e un monarca che non si preoccupò tanto della vita del suo popolo. Il movimento fascista, nel 1919, si presentava come una forza indecisa nelle sue azioni, senza leader e frazionaria. Già nella seconda metà del 1920 i Fasci hanno intrapreso con decisione la strada della violenza, affermandosi come una forza il parere di cui non può essere negato. Il 13 luglio 1920, a Trieste, i militanti fascisti hanno incendiato l’Hotel Balkan, sede delle associazioni slavofile dell città, per prendere ulteriormente d’assalto, il 21 novembre dello stesso anno, il municipio di Bologna, a maggioranza rossa (comunisti), tale assalto portò alla morte di 10 persone ed altri 100 feriti. La borghesia cominciò a guardare il nuovo movimento come rimedio necessario per il paese, la violenza contro i socialisti e gli slavi, considerati nemici della nazione, alzò il prestigio del movimento a quote senza precedenti.

Le squadre della morte – A partire dalla prima metà del 1921 i Fasci di combattimento sono stati finanziati, armati e riforniti di mezzi dai grandi proprietari terrieri. Gli attacchi organizzati dai militanti fascisti erano indirizzati contro i movimenti politici, sociali e sindacali di matrice socialista. L’uccisione dei dirigenti più determinati, la distruzione delle tipografie socialiste e le dimissioni di intere giunte municipali rosse erano l’effetto diretto dell’intervento radicale dei Fasci nella vita dello Stato e dei suoi cittadini. Il fascismo che si presentò all’inizio come un movimento nazionalista e nel frattempo anti-borghese, a partire dal 1920 si alleò apertamente con la borghesia per contrastare il pericolo socialista presente in quei anni. L’estensione geografica del movimento dei Fasci era enorme. La roccaforte dei fascisti, Milano, era la prima città a conoscere la violenza degli squadristi, ulteriormente i Fasci si sono estesi in tutta la Pianura padana ed in Puglia, zone prevalentemente agricole, ove gli imprenditori agrari erano stati pesantemente colpiti dai moti rivoluzionari del biennio rosso 1919-1920. La maggioranza dei militanti fascisti era composta da persone che appartenevano ai ceti medi, la cosiddetta piccola borghesia, individui che avevano subito le conseguenze dell’inflazione e avevano visto nel medesimo tempo ridursi la distanza che in passato li separava dal proletariato. Da notare anche la giovinezza degli squadristi, che spesso erano minorenni. Quasi tutti i capi dei Fasci, invece, erano ex combattenti, individui di provenienza borghese o piccolo-borghese. La lotta contro l’avversario interno, secondo i Fasci, era ugualmente importante come la lotta contro il nemico esterno durante la guerra appena finita, di conseguenza, i socialisti non erano per nulla diversi dagli austriaci o dai tedeschi, anzi, erano più pericolosi, e quindi bisognava sconfiggerli con gli stessi metodi e la stessa determinazione impiegati al fronte. Le squadre fasciste calpestarono i diritti fondamentali dello Stato, mentre gli ufficiali guardavano con indifferenza le azioni contro la popolazione civile, addirittura lo Stato maggiore dell’esercito invitava i comandanti di corpo d’armata, i carabinieri e gli altri ufficiali dello stato a tenersi in stretto contatto con gli squadristi. Senza la complicità ed il sostegno dell’esercito e delle forze di polizia, le squadre fasciste non avrebbero mai potuto ottenere risultati così clamorosi e devastanti.

Mussolini ed altri leader dei Fasci – Senza una rigida organizzazione all’inizio della sua esistenza, il movimento dei Fasci di combattimento non aveva un vero leader, unico per tutto il paese. Questa realtà emerse nel 1921 quando Mussolini, il 3 agosto, stipulò con i socialisti il patto di pacificazione, mentre gli altri comandanti del movimento sconfessarono l’accordo, negando l’autorità di Mussolini nella stipulazione del documento. Nell’estate del 1921, Mussolini era soltanto primo tra pari, mentre le vere guide del movimento erano Italo Balbo, Dino Grandi e Roberto Farinacci.

Partito Nazionale Fascista, PNF – Ammettendo la propria sconfitta davanti gli altri leader del movimento, Mussolini arrivò a rassegnare le dimissioni, che furono respinte per il fatto che egli fu l’unica figura nota a livello nazionale, con esperienza politica e quindi, l’unico ad essere capace di portare i Fasci ad un progetto nazionale di largo respiro. Nel novembre del 1921 il movimento si riorganizzò in Partito Nazionale Fascista (PNF). Il fascismo si era ormai schierato  su posizioni di estremo conservatorismo sociale, di difesa con ogni mezzo degli interessi della borghesia e della proprietà privata.

Fascismo, il miglior amico – Le violenze delle squadre fasciste continuarono fino l’estate del 1922. Nel corso del 1922, infatti, Mussolini ottenne la fiducia di un numero sempre più grande di esponenti della borghesia ed alti funzionari e politici. Giolitti per esempio, nel 1921, formò il cosiddetto blocco nazionale ove chiamò i rappresentanti del PNF, PPI ed altri partiti liberali per contrastare il PSI. Giolitti, come molti altri, sperava di addomesticare e moderare la violenza dei fascisti, non mettendo minimamente nel conto che, una volta giunto al potere, il movimento dei Fasci potrebbe instaurare una dittatura.

I socialisti – Rendendosi conto del pericolo rappresentato dai fascisti, i socialisti riformisti come Turati e Matteotti si dichiararono pronti a collaborare con i liberali ed i cattolici e a partecipare a un governo che si proponesse come priorità assoluta la lotta contro il fascismo. Serrati, il leader del PSI non ha condiviso la scelta dei suoi colleghi e al Congresso di Roma (1-4 ottobre 1922) i due leader riformisti insieme ai loro seguaci sono stati espulsi dal partito, per creare ulteriormente la loro propria formazione politica chiamata Partito Socialista Unitario (PSU).

La marcia su Roma – Alla fine d’ottobre 1922, fu inscenata dal fascismo la cosiddetta marcia su Roma. Circa 14000 squadristi si accamparono in alcune località vicine alla capitale, mentre le prefetture e gli altri centri di potere in tutta l’Italia venivano occupate dai fascisti. Lo Stato poteva rispondere con le armi, spazzando definitivamente il fascismo. Mussolini sapeva delle pressioni che venivano fatte sul re Vittorio Emanuele III da più parti per formare un governo in cui i fascisti fossero presenti in modo consistente e significativo. Il 29 ottobre 1922, il re conferì a Mussolini l’incarico di formare un nuovo governo. Il fascismo conquistò così il potere in modo sì violento, ma la sua violenza non era rivolta verso lo Stato, bensì contro alcuni ceti sociali ritenuti pericolosi per la nazione (socialisti, slavi, comunisti).

il Fascismo al potere – Una volta salito al potere, Mussolini procedette all’eliminazione dei provvedimenti anti-borghesi, presi da Giolitti, per conquistare ancora di più l’appoggio della borghesia che insieme alla monarchia hanno reso possibile l’ascesa dei Fasci al potere. Per avere anche l’appoggio dell’esercito, Mussolini organizzò il 4 novembre 1922 un’imponente celebrazione della Vittoria. Mussolini volle in questo modo presentare il fascismo come l’unica forza capace di difendere l’onore della patria.

Fascismo ed il concetto di Patria – Il leader del fascismo si sforzò di presentare il suo movimento come la parte più sana della nazione. Mussolini cercò di far sì che il concetto di patria e quello di fascismo si identificassero. Chi era contro il fascismo era contro l’Italia. Il 14 gennaio del 1923 viene organizzato un nuovo istituto di protezione civile, la Milizia volontaria per la sicurezza nazionale, che è di fatto la versione ufficializzata delle squadre d’assalto fasciste. Per rappresentare il nuovo orientamento politico dello Stato, Mussolini organizzò il 28 ottobre 1923 la celebrazione dell’anniversario della marcia su Roma, un evento simbolico con fini propagandistici dichiarato più tardi festa nazionale.

il caso Matteotti – La svolta decisiva si ebbe nel 1924, quando Mussolini riorganizza il sistema elettorale per ottenere la maggioranza nel parlamento, bastava ottenere il 25% dei voti complessivi per assicurarsi i 2/3 dei seggi. Durante le elezioni del 1924, le squadre fasciste ricorsero ai brogli e alla violenza per intimidare e falsificare i voti in tutto il Paese. All’apertura della nuova camera, il 30 maggio 1924, il socialista Giacomo Matteotti osò denunciare apertamente tutte le irregolarità. Dopo alcune settimane, gli squadristi rapirono e uccisero Matteotti, e di seguito l’opposizione abbandonò la Camera in segno di protesta. Di fronte a un fatto così grave come l’uccisione di un parlamentare, la speranza di tutti era il re che avrebbe obbligato Mussolini a dare le dimissioni. L’assassinio fu severamente giudicato, anche da numerosi uomini che in precedenza avevano guardato al fascismo con favore e interesse. I senatori fino ad allora tolleranti verso il fascismo chiesero le dimissioni del presidente del Consiglio. L’unico soggetto che avrebbe potuto davvero fermare Mussolini era quindi il re Vittorio Emanuele III che decise di non intervenire, dando così mano libera a Mussolini che poté superare la crisi più grave della sua esperienza politica che poteva essergli fatale.

Lo Stato fascista

Intro – A partire dal 1925, tutti gli elementi più tipici e caratteristici dello Stato liberale furono eliminati. Il governo di Mussolini abolì la libertà di stampa, sottomettendo tutti i giornali antifascisti e imponendo il controllo sui quotidiani più prestigiosi. Nel dicembre 1925 viene cancellata la separazione dei poteri. Il Parlamento cessò di esercitare qualsiasi potere effettivo, il Presidente del Consiglio era abilitato a controllare ogni settore della vita dello Stato e quindi non era più responsabile davanti a Camera e Senato e poteva essere revocato dal suo incarico solo dal re, l’unico ufficiale dello Stato che Mussolini non poté mai prescindere completamente.

Repressione dell’opposizione antifascista – A partire dal novembre 1926, fu vietato promuovere e costituire associazioni dirette a sovvertire gli ordinamenti dello Stato, tutti i partiti furono automaticamente soppressi e fu reintrodotta la pena di morte, abolita nel 1870, per i reati più gravi. Con la legge per la difesa dello Stato del 25 novembre 1926 fu istituito un Tribunale speciale, incaricato di processare tutti gli antifascisti. Chiunque fosse accusato di nutrire sentimenti antifascisti era obbligato a risiedere per 5 anni in zone remote e scarsamente collegate con il resto del Paese. Gli scioperi furono proibiti, perché considerati un reato, e la figura del sindaco viene sostituita con quella del podestà, incaricato direttamente dal governo.

I Patti lateranensi – Per guadagnare le simpatie dei cattolici, il Duce attenuò il proprio originario anti-clericalismo. L’11 febbraio 1929, il governo italiano stipulò con la Santa Sede i cosiddetti patti del Laterano, che sancirono la nascita dello Stato della Città del Vaticano, proclamando il cattolicesimo la religione ufficiale dello Stato italiano.

La dottrina del fascismo: la Nazione e lo Stato – Alla fine del 1926, il cittadino italiano si trovò prigioniero di una rigida dittatura che puniva con il confino ogni critica e ogni atteggiamento sospetto, oltre a reprimere con il carcere l’opposizione politica attiva. Il Duce tentò comunque sia di giustificare le sue azioni e spiegare i principali concetti della dottrina fascista in cui lo Stato e la Nazione avevano i ruoli principale nella fondazione del nuovo cittadino italiano che doveva portare la gloria e l’orgoglio d’Italia oltre i confini del Paese nella guerra per la dominazione mondiale. La Nazione era un risultato, coscientemente generato dall’azione dello Stato, senza il quale la nazione non esiste, non si sviluppa e non sopravvive. Lo Stato può a sua volta esercitare la propria azione di creatore e di promotore della grandezza della nazione solo se tutti i singoli componenti accettano di subordinare il proprio interesse personale a quello collettivo. Mussolini rifiuta il concetto di democrazia. Gli Stati e le nazioni possono sopravvivere e trionfare, secondo Mussolini, solo se sono guidate da un’élite, perfettamente consapevole dei veri interessi della Paese. Il Duce, più del partito, svolge questa funzione di guida e quindi, il popolo deve assumere un atteggiamento di completa obbedienza.

Il consensoLa novità del fascismo rispetto ad altri regimi autoritari era la sensazione di essere vicini ai leader del movimento. Il fascismo ha sempre teso a creare nelle masse la sensazione di essere sempre mobilitate anche quando tutta la sovranità del popolo veniva confiscata da un’elité guidata soltanto da Mussolini. Il Duce non voleva essere lo zar di un gregge docile e passivo, ma il condottiero di un popolo che lo seguisse con fede e con entusiasmo. Per rendere questo possibile, si cercò di dare il massimo sviluppo possibile alle organizzazioni educative fasciste e di predisporre sempre più imponenti raduni di massa per coinvolgere il maggior numero possibile di italiani e di trasmettere loro i valori fondamentali del regime.

Mussolini rafforza la sua autorità – Per l’intero periodo del suo regime, Mussolini dovette affrontare il problema del rapporto con in Partito Fascista e con gli altri leader, cosiddetti ras, del PNF. Il 12 febbraio 1925, il Duce ne abbia afidato la segreteria a Roberto Farinacci, uno dei ras più estremisti e violenti dello squadrismo. Non appena Mussolini ebbe ulteriormente rafforzato il suo potere, Farinacci fu costretto alle dimissioni e sostituito a sua volta da Augusto Turati che procedette negli anni successivi a una radicale epurazione all’interno del PNF.

Il culto del Duce – All’interno del PNF fu abolita ogni forma di democrazia. Il nuovo statuto dell’8 ottobre 1926 cancellò completamente il principio dell’elettività delle cariche, la scelta dei federali era affidata solo a Mussolini. D’ora in poi, il Duce doveva essere presentato come l’unico e indiscusso capo del fascismo, una figura al limite del sovrumano. Il mito di Mussolini nacque per eliminare ogni forma di concorrenza e d’iniziativa politica all’interno del Partito. I metodi usati sono gli stessi che Hitler adottò in Germani e Stalin in URSS. La figura del Dux era separata, del tutto diversa, assumendo una coloritura quasi religiosa.

Il Partito – Durante gli anni ’30, il partito cambiò le proprie funzioni, esso servì come strumento di diffusione dell’ideologia ufficiale, di educazione popolare e di promozione del mito di Mussolini. La cosiddetta ”era del fascismo” si verificò negli anni ’30 grazie all’iscrizione di massa al PNF dei pubblici funzionari a causa dell’obbligo imposto dal regime per poter continuare l’attività come impiegati dello Stato. Il fascismo era dovunque, tutti dovevano contribuire alla diffusione dell’ideologia del regime e del culto di Mussolini.

Il Secondo Impero – L’obiettivo di lungo medio-lungo periodo del regime era quello di trasformare l’Italia in una grande potenza. L’Italia avrebbe dovuto tornare alla potenza dell’impero dei Cesari e Mussolini predicava questo futuro all’intero Paese senza tenere conto delle conseguenze. Nel 1935-1936 fu conquistata l’Etiopia, il re Vittorio Emanuele III fu proclamato imperatore. L’ammirazione popolare verso il Duce toccò il suo vertice. Per rinforzare il processo di trasformazione degli italiani in quel tipo umano che il futuro imperiale della nazione richiedeva bisognava adottare dei provvedimenti che affermassero la superiorità e la grandezza degli italiani. Furono introdotte leggi che vietavano i matrimoni di razze miste. La legge del 29 giugno 1939 istituì il reato di lesione del prestigio della razza, un italiano non poteva lavorare per un indigeno o frequentare locali riservati ai neri.

Il razzismo biologico – Per rafforzare la dottrina ideologica della grandezza italiana e dell’unicità nazionale, Mussolini ordinò agli scienziati di stendere una specie di decalogo ideologico del razzismo fascista, pubblicato in forma anonima nel 1938 con il titolo Il fascismo e i problemi della razza. Guido Landra insieme ad altri scienziati importanti dell’epoca furono obbligati ad assumersi la paternità del teso. Molti degli scienziati però, non condividevano fino in fondo l’impostazione del Manifesto, che, di fatto, era un razzismo biologico, molto simile a quello che si era diffuso in Germania da qualche anno.

La questione degli ebrei italiani – Il Duce accolse con soddisfazione l’impostazione biologica determinando un immediato allargamento delle leggi razziali che riguardò non solo i neri africani, ma anche gli ebrei. Il 22 agosto 1938 venne effettuato un censimento al fine di individuare, contare e schedare gli ebrei residenti in Italia. Gli ebrei italiani erano distribuiti in modo ineguale sul territorio italiano, così la maggioranza degli israeliti risiedeva nel Centro-Nord del Paese. I primi provvedimenti riguardarono la scuola e gli ebrei stranieri. Il decreto-legge del 5 settembre 1938, intitolato Provvedimenti per la difesa della razza, stabilì l’esclusione con effetto immediato dei docenti ebrei dalle scuole statali, inoltre il decreto prevedeva il divieto di iscrizione per gli alunni ebrei alle scuole degli alunni ariani (italiani) mentre agli ebrei stranieri viene revocata la cittadinanza italiana e fu severamente vietato di aprire proprie strutture scolastiche. Da notare il fatto che Mussolini agì di propria iniziativa e non sotto pressione di Hitler, il quale non chiese mai al Duce di adeguare la legislazione razziale italiana a quella tedesca.

Le leggi razziali – Il 6 ottobre 1938, il Gran Consiglio del fascismo emanò la dichiarazione in cui vennero enunciati i principali provvedimenti razzisti che il regime avrebbe assunto. Sono stati vietati i matrimoni misti, agli ebrei fu limitato l’accesso a diversi ambiti della società civile e dell’amministrazione pubblica. L’Imperatore Vittorio Emanuele III firmò senza proteste tutti i decreti. Dopo le prime leggi razziali del 1938, gli ebrei italiani furono colpiti da una vera valanga di provvedimenti amministrativi, spingendo molti all’emigrazione.

Gli operai e gli imprenditori – Alla base dell’ideologia nazionalista adottata dal fascismo, c’era la negazione del concetto di lotta di classe, termine importante nel vocabolario dei socialisti. Capitalisti e lavoratori dovevano operare non per i propri interessi, bensì per quelli dello Stato. Il 2 ottobre 1925 venne siglato a Roma l’accordo tra le organizzazioni del padronato e quelle dei lavoratori. Le prime riconobbero il sindacalismo fascista come unico legittimo rappresentante del proletariato, il sindacato, invece, accettò la rinuncia allo sciopero come strumento di lotta e di rivendicazione economica. I lavoratori ed i datori di lavoro dello stesso settore economico venivano riuniti in una corporazione, un’unica organizzazione il cui scopo era di tenere conto delle richieste di tutte le parti tenendo conto anche dell’interesse della nazione. Sotto il fascismo i lavoratori non ebbero più alcuna possibilità di esprimere liberamente la propria voce e le proprie rivendicazioni.

La politica economica del regime – L’Italia fascista continuò ad essere uno Stato capitalista, con l’unica significativa differenza che le organizzazioni sindacali erano state imbavagliate. Ogni decisione concernente i problemi dei lavoratori poteva essere presa d’intesa tra il governo fascista e gli imprenditori. Il regime partecipò in modo attivo nell’economia, intervenendo sui cambi della lira italiana. Una volta fermata la svalutazione della moneta nazionale, il governo fascista si permise l’importazione a minor costo delle materie prime essenziali all’industria. Lo Stato intervenne anche nel settore agricolo con dei provvedimenti riguardanti il grano e le colture cereali. Il governo fascista volle arrivare all’autosufficienza del grano ma non riuscì mai, il prezzo del grano italiano rimase sempre maggiore di quello statunitense obbligando la popolazione a una drastica riduzione dei consumi di questo prodotto.

La Grande depressione del 1929 – Nel 1929 una crisi economica colpì gli Stati Uniti con effetti a livello mondiale. L’Italia nel 1932 si trovò con più di 1 milione di disoccupati. L’industria tessile fu colpita pesantemente. Per contrastare i livelli alti di disoccupazione, lo Stato intervenne nel campo dell’economia creando lavori di pubblica utilità per diminuire il tasso dei ”senza lavoro”. Durante questi anni in Italia nacquero le prime autostrade nel Nord del Paese. Vengono create la IMI (Istituto mobiliare italiano) e la l’IRI (Istituto per la ricostruzione industriale), la prima fu una grande banca pubblica che offriva finanziamenti alle industrie, mentre la seconda assumeva la gestione diretta delle aziende in difficoltà.

La fine del fascismo – Il regime fascista non fu in grado di preparare il Paese a sostenere una grande guerra moderna che iniziò nel 1939. Nel momento in cui Mussolini, nel 1940, ne decise l’ingresso nella Seconda Guerra Mondiale a fianco del Terzo Reich di Hitler, l’Italia non era assolutamente pronta, né economicamente, né militarmente. Nel giro di poco tempo, la completa prostrazione del Paese portò alla destituzione dello stesso Mussolini.

Published by Vlad Gonța

My name is Vlad, I'm from Moldova, Rep. of and i'm keen on Maths, Finance and Geoplitics. I'm studying at Univestity of Bologna, Faculty of Statistical Science, Bachelor in Finance, Insurance and Business from September 2016. I graduated in July 2016 in Economics and Tourism at ITT Marco Polo Rimini with 96/100, with a Thesis on ''International terrorism and its impact on global economic and social security''.

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