La rivoluzione d’ottobre: tra ideali marxisti e realtà russa

Un Paese arretrato

Intro – Nel 1914, l’impero zarista entrò in conflitto con l’Austria-Ungheria e la Germania, per sostenere la Serbia. Dominando un territorio vastissimo, dalla Polonia all’oceano Pacifico, l’esercito più numeroso d’Europa contava più di 15 milioni di uomini. Tuttavia, le forze armate russe erano più apparenti che reali, fatto dimostrato durante la pesante sconfitta che la Russia subì da parte dell’Impero Giapponese nel 1905. Pur riuscendo a mobilitare più di 6 milioni di uomini in tempi abbastanza brevi, l’armata russa disponeva solo di 5 milioni di fucili. Inferiore a quella tedesca nella quantità e qualità dei canoni e con un’insufficienza drammatica di munizioni, l’esercito zarista sembrò clamorosamente arretrato sin dai primi mesi della guerra.

La situazione politica – Dal 1894, il potere era nelle mani di Nicola II Romanov, erede del trono russo che giurò al momento della sua incoronazione la conservazione della lunga tradizione autocratica. In pratica questo concetto non era altro che una forma estrema di assolutismo, l’imperatore (lo zar) riteneva di aver ricevuto direttamente da Dio il proprio potere e quindi era responsabile solo di fronte al Signore. In ambito politico, l’impero russo era indietro di secoli rispetto all’Europa occidentale. Lo zar rifiutava la modernità e non amava San Pietroburgo, la nuova capitale costruita in stile occidentale. In questa città Nicola II aveva cercato di introdurre numerosi elementi architettonici e urbanistici che richiamassero Mosca, ricchissima di luoghi simbolici capaci di trasmettere il messaggio secondo cui lo zar era l’unico vero sovrano cristiano d’Europa, delegato da Dio. Nel 1905, dopo la guerra con il Giappone, era stata istituita una Camera dei deputati dotata di poteri di controllo sull’operato del sovrano e sulla politica del governo. Denominato Duma, tale organismo veniva sistematicamente scavalcato dall’imperatore, il reale detentore del potere.

Le difficoltà economiche – Sotto profilo economico tra la Russia e il resto d’Europa esisteva un vero e proprio abisso. Quasi l’80% della popolazione lavorava in campagna. L’agricoltura era molto arretrata sia nelle tecniche di lavoro sia nelle strutture sociali di base. La sterminata moltitudine dei contadini era prova di terra, costretta a lavorare alle dipendenze degli aristocratici in condizioni di estrema miseria. L’industria era concentrata in poche zone particolari e nelle grandi città, prima fra tutte la capitale, San Pietroburgo, che mutò il proprio nome in quello più slavo, di Pietrogrado.

La rivoluzione di febbraio

Intro – La guerra di logoramento mise alle corde la fragile struttura economica russa. All’inizio del 1917, dopo che l’esercito russo aveva accumulato serie impressionante di sconfitte e i disertori, la Germania, sul fronte orientale aveva già vinto la guerra. Nelle città il costo della vita, rispetto al livello prebellico, era cresciuto del 700%. I salari degli operai delle industrie, tra il 1913 e il 1917, furono triplicate, ma rimasero comunque al di sotto dei prezzi. Mancavano i più elementari generi di prima necessità (pane, legna, carbone), sicché la fame e il freddo si facevano prepotentemente sentire. A Pietrogrado, dove la situazione era particolarmente grave, il 23 febbraio 1917 si ebbero le prime manifestazioni.

Dagli scioperi all’abdicazione dello zar – L’iniziativa della protesta partì dalle operaie degli stabilimenti tessili, ma subito si mobilitarono anche i 30 mila lavoratori delle grandi officine metallurgiche. I dirigenti minacciarono la chiusura della fabbrica e il licenziamento per tutti coloro che non avessero ripreso subito il lavoro. Il risultato, però, fu solo un allargamento ulteriore della protesta: il 24 e il 25 febbraio per solidarietà tutta la città fu bloccata da un gigantesco sciopero generale. Le autorità fecero ricorso all’esercito ma solo pochissimi soldati accettarono di sparare sulla folla. Il 1 marzo, mentre a Pietrogrado nasceva un governo provvisorio, il comandante in capo dell’esercito, generale Alekseev, ordinò la fermata dell’esercito e suggerì allo zar di abdicare, sperando di poter accontentare le masse per poter proseguire la guerra contro la Germania. Il 2 marzo Nicola II accettò di abdicare e la Russia divenne una repubblica.

L’istituzione dei soviet – Presieduto dal principe Georgij L’vov, il governo provvisorio era stato nominato dalla Duma. In quella sede, il gruppo politico prevalente era quello dei liberali moderati. Fuori dalla Duma, tuttavia, fra gli operai e fra i soldati, erano subito sorti degli organi di autogoverno detti ”soviet” (consigli). Si trattava di un’istituzione nata durante la rivoluzione del 1905, in seguito della clamorosa sconfitta con il Giappone. Per ogni fabbrica e ogni reggimento veniva eletto un certo numero di delegati, concorrevano a formare il soviet cittadino. La forza del soviet di Pietrogrado derivava il primo luogo dall’appoggio dei soldati.

L’ordine n. 1 – Dopo la prima seduta, era stato steso un documento denominato Ordine n. 1, una dichiarazione in cui si metteva in discussione l’autorità dei comandi militari e di qualsiasi altro soggetto che impartisse ordini ai soldati. Poiché la maggior parte dei soldati era di origine contadina, agli ufficiali fu vietato di atteggiarsi in modo arrogante verso i subordinati e, soprattutto, di interpellarli con il tu. Il punto più importante era costituito da una proclamazione in base alla quale i soldati riconoscevano il soviet di Pietrogrado come unica autorità, impegnandosi a obbedire agli ordini di qualsiasi altro soggetto nella misura in cui non fosse in conflitto con quello del consiglio operaio rivoluzionario (soviet). Il governo provvisorio era ancora in via di definizione, quando assunse i pieni poteri l’Ordine n .1 non fu revocato, cosicché la nuova autorità si trovò in una situazione di estrema debolezza.

L’inizio di una nuova epoca – Come accaduto dopo le 2 grandi rivoluzioni europee del passato, in Inghilterra (1688) e in Francia (1789), il problema che si pose ai protagonisti rivoluzionari era quello dell’indirizzo da dare al nuovo Stato, e più in generale, al processo rivoluzionario appena innescato. Si trattava di decidere se la rivoluzione fosse da considerare già conclusa, oppure se fosse solo al suo inizio. Nella primavera del 1917 esisteva un dualismo di poteri: all’autorità ufficiale del governo provvisorio si contrapponeva quella non meno reali dei soviet. La sorte della rivoluzione e l’indirizzo che essa avrebbe assunto sarebbero stati decisi dalla capacità di uno dei due poteri di sottomettere l’altro.

La questione del potere

Intro – In un primo tempo sembrava che la rivoluzione russa dovesse limitarsi ad abolire l’assolutismo e a concedere i diritti fondamentali dell’uomo e del cittadino, Verso questa prospettiva erano orientati non solo i liberali, ma anche i principali esponenti del marxismo russo. Secondo l’ideologia espressa dal filosofo tedesco Karl Marx nel suo libro ”Il Capitale”, essi (i marxisti russi) ritenevano che non fosse alcun modo possibile instaurare il socialismo, in una situazione in cui l’80% della popolazione era ancora composta da contadini. Non si poteva assolutamente saltare la fase borghese e capitalistica della storia passando direttamente dall’assolutismo e dal feudalesimo al socialismo.

Idee per una rivoluzione: menscevichi e bolscevichi – Il marxismo si era diffuso in Russia alla fine dell’Ottocento; un gruppo di intellettuali aveva fondato il Partito socialdemocratico russo e questo aveva infine aderito alla Seconda internazionale. Fin dal 1903, tuttavia, i marxisti russi erano divisi in due correnti. Afronte di una tendenza risultata in un primo tempo minoritaria (menscevica) stava l’agguerrita corrente dei cosiddetti bolscevichi (bolsce = più grande). I menscevichi incarnavano il marxismo ortodosso mentre i bolscevichi erano più radicali e disponibili a soluzioni rivoluzionarie più decise. La spaccatura era nata a proposito della struttura da dare al partito; i menscevichi propendevano per un partito di massa efficiente durante le elezioni libere che potevano essere svolte una volta le condizioni russe fossero mutate, i bolscevichi, all’opposto, erano favorevoli a un partito elitario, composto da un numero ristretto di militanti fedeli alla causa marxista.

Lenin e le tesi di aprile – A capo della corrente bolscevica stava Vladimir Uljanov, che dal 1902 aveva assunto lo pseudonimo Lenin (dal fiume russo Lena). Al momento dello scoppio della rivoluzione di febbraio, Lenin si trovava in esilio a Zurigo dove prese contatto con le autorità militari tedesche e chiese di poter far ritorno in Russia, attraversando la Germania. I tedeschi compresero subito che la presenza in Russia di un prestigioso capo rivoluzionario avrebbe accresciuto il disordine e, quindi, limitato l’efficienza bellica del paese. Lenin arrivo a Pietrogrado il 3 aprile 1917; il giorno seguente proclamando la sua intenzione di forzare i tempi, in modo che la rivoluzione passasse il più rapidamente possibile dalla fase borghese a quella proletaria (vedi ”La questione del potere/Intro). Le sue direttive politiche vennero condensate nelle cosiddette tesi di aprile, un breve documento articolato in dieci punti. Il leader bolscevico insisteva sul fatto che occorreva giungere il più in fretta possibile a una pace separata della Russia con la Germania: al contrario, il governo provvisorio si era impegnato con le potenze dell’Intesa a non uscire dal conflitto. Il governo insisteva sul fatto che la sconfitta militare avrebbe travolto tutte le conquiste della rivoluzione. A questa tesi del difensivismo rivoluzionario, Lenin opponeva l’idea secondo cui la guerra era lo sbocco inevitabile delle contraddizioni del capitalismo.

Un’epoca adatta per la rivoluzione – All’inizio del 1917, Lenin aveva pubblicato L’imperialismo fase suprema del capitalismo, un’opera in cui affermava che l’economia capitalistica si era profondamente modificata.Dopo la nascita dei grandi monopoli i profitti erano diventati talmente elevati che, secondo Lenin, non era più possibile reinvestirli entro i confini nazionali. La guerra mondiale, per Lenin, era la conclusione di questo processo. Una volta compiuta la ripartizione dell’intera Terra tra le grandi potenze capitalistiche, ciascuno stato industrializzato cercava di strappare con la forza ai rivali nuove regioni dove investire i capitali in eccesso, pena il collasso dell’intero sistema. Tramite questo concetto di imperialismo, inteso come fase suprema del capitalismo, Lenin poteva giustificare la propria convinzione che le condizioni per la realizzazione del socialismo si fossero ormai verificate.

Le prime fasi della rivoluzione d’ottobre

Intro – Il 10 ottobre 1917, a Pietrogrado, si tenne una burrascosa seduta del comitato centrale del partito bolscevico. Malgrado l’opposizione di alcuni dirigenti prestigiosi, Lenin riuscì a imporre la propria linea d’azione, favorevole all’insurrezione armata in tempi brevi. La notte tra il 24 e il 25 ottobre 1917, reparti armati bolscevichi penetrarono all’interno del Palazzo d’Inverno (sede del governo provvisorio) e arrestarono numerosi ministri (ma non il primo ministro Kerenskij che aveva abbandonato la città in cerca di rinforzi). Quando la notizia dell’insurrezione arrivò al Congresso panrusso dei soviet, l’azione dei bolscevichi fu criticata dai menscevichi e dai socialisti rivoluzionari, un partito che sosteneva gli interessi dei contadini. Tutti questi socialisti moderati abbandonarono la sala della riunione del congresso. Si trattò di un grave errore politico, in quanto il congresso dei soviet passò interamente in mano ai bolscevichi, che poterono ottenere da esso la ratifica del colpo di Stato.

I primi provvedimenti del Congresso – Una volta assunto il potere, il congresso approvò i primi decreti rivoluzionari. Innanzitutto fu lanciato un appello alle nazioni belligeranti, affinché ponessero immediatamente fine alle ostilità e iniziassero trattative per una pace ”giusta e democratica”. Preoccupato di avere l’appoggio dei contadini, Lenin sottopose al Congresso dei soviet il decreto sulla terra. ”Ogni proprietà privata della terra è abolita immediatamente e senza compenso”. Tutti i terreni erano messi a disposizione dei contadini che desiderassero coltivarli con il proprio lavoro. Nei mesi seguenti, provvedimenti di tipo analogo furono emanati per ogni altro settore dell’economia. Iniziò il processo di nazionalizzazione delle banche. In questo modo i bolscevichi tentarono di eliminare la proprietà privata, in contrasto con la tradizione liberale che considera la proprietà un diritto inalienabile.

La dittatura del partito bolscevico – Il 26 ottobre il Congresso panrusso dei soviet emanò un altro provvedimento, designando a guida dello Stato un Consiglio dei commissari del popolo. Presieduto da Lenin e composto dai principali esponenti del partito bolscevico, esso era dotato di pieni poteri. Il compito principale del nuovo organo rivoluzionario era infatti quello di instaurare la dittatura del proletariato, cioè di reprimere la borghesia e di impedire che essa mettesse in atto qualsiasi progetto controrivoluzionario. Il governo provvisorio aveva organizzato per il giorno 12 novembre le elezioni, in modo da istituire l’assemblea costituente incaricata di dare alla Russia un nuovo regime liberal-democratico. Le votazioni risultarono un clamoroso insuccesso per i bolscevichi, la maggioranza della popolazione formata da contadini votò a favore dell’ala più moderata dei socialisti rivoluzionari. Lenin decise di lasciar riunire l’assemblea ma dopo la seduta inaugurale la fece disperdere con la giustificazione che il proletariato al momento del voto non aveva deciso liberamente, bensì condizionato dalla vecchia ideologia capitalista.

La repressione del dissenso – Lenin riteneva che solo la linea politica dei bolscevichi poteva essere considerata veramente giusta per gli interessi del proletariato. Ogni dissenso sarebbe stato automaticamente considerato un gesto controrivoluzionario, da punire con severità. Il 24 novembre 1917 era stata istituita la Commissione straordinaria per la lotta contro al controrivoluzione e il sabotaggio (CEKA), incaricata di schiacciare tutti i nemici del proletariato e della sua rivoluzione. Lenin era profondamente convinto che solo i bolscevichi fossero consapevoli della meta cui il proletariato (e l’intera umanità) doveva tendere. Pertanto, anche tutti quei proletari o quelle organizzazione dei lavoratori che in qualche modo dissentivano dalla linea bolscevica furono bollati come elementi controrivoluzionari e ulteriormente imprigionati e/o costretti all’esilio. La dittatura del proletariato, di fatto, era la dittatura del partito.

La pace separata con la Germania – Nel corso del 1917, uno dei motivi per cui il partito di Lenin aveva ottenuto l’appoggio di fasce sempre crescenti del popolo russo era stato la sua promessa di giungere alla pace separata con la Germania. Stipulato il 3 marzo 1918 a Brest-Litovks (Polonia), il trattato di pace tra Pietrogrado e Berlino comportava delle amputazioni territoriale per la Russia: l’intera Ucraina, ad esempio, avrebbe dovuto diventare uno Stato autonomo, satellite della Germania. Il trattato fu oggetto di una durissima discussione all’interno del partito. Tra i bolscevichi, il più fiero oppositore della pace coi tedeschi fu Nicolaj Bucharin, che sosteneva la necessità di una guerra rivoluzionaria contro la Germania imperialista.

Comunismo di guerra e Nuova politica economica

Intro – Nel dicembre 1917, alcuni generali dell’esercito russo decisero di ribellarsi al nuovo governo bolscevico e tentarono di dar via, nel Sud della Russia, a un esercito volontario. Questi militari anticomunisti ricevettero l’appellativo di ”bianchi” (monarchici), dal momento che si opponevano ai ”rossi” (comunisti). I reparti controrivoluzionari russi furono sostenuti militarmente ed economicamente dalle grandi potenze straniere, preoccupate sia per il loro interesse in Russia, sia di un possibile dilagare della rivoluzione nel resto dell’Europa. I primi a intervenire furono 400 giapponesi, in Siberia, il 5 aprile 1918, aggiungendosi a breve altri 73 mila giapponesi, 2500 inglesi, 1000 francesi, 1500 italiani e più di 8000 americani. In siberia, i bolscevichi dovettero affrontare un’altra minaccia, la cosiddetta Legione cecoslovacca, ex prigionieri dell’esercito austro-ungarico, catturati negli anni 1914-1916. Liberati dal governo provvisorio, essi non riconobbero il nuovo potere sovietico e si schierarono contro di esso. Quando la Legione cecoslovacca si avvicinò alla città di Ekaterinburg dove erano detenuti lo zar Nicola II e la sua famiglia, il soviet regionale ordinò l’esecuzione, che ebbe luogo il 16 luglio 1918.

Una guerra totale e assoluta – Il crescente imbarbarimento dello contro spinse sia i bianchi che i rossi a pensare alla guerra come a una lotta che non avrebbe mai potuto concludersi con un compromesso; era una guerra totale, che sarebbe finita solo con la completa distruzione di una delle due parti.

Il massacro degli ebrei – Anche i bianchi si macchiarono di atroci violenze: generali e soldati controrivoluzionari si convinsero infatti che la maggioranza degli ebrei russi appoggiasse i bolscevichi di Lenin e Lev Trotsky, o peggio, che il comunismo steso fosse uno strumento inventato dagli ebrei per conquistare il potere in Russia e nel mondo. Molti reparti bianchi massacrarono intere comunità ebraiche soprattutto in Ucraina.

Il comunismo di guerra e l’internazionale comunista

Intro – Alla fine del 1917, la situazione economica della Russia era drammatica. L’inverno 1917-1918 fu particolarmente rigido, con frequenti tempeste di neve. Le città cominciarono a soffrire il freddo e la fame, per carenza di grano, legna e carbone. All’inizio del 1918, Lenin ordinò di procurare cereali e generi alimentari con ogni mezzo possibile, così si ebbe l’inizio del cosiddetto comunismo di guerra: una politica finalizzata a ottenere dai contadini russi tutto il grano possibile, a costo di requisirlo. Nella primavera del 1918, le principali regioni produttrici di grano (l’Ucraina) erano in mano ai tedeschi. Gli abitanti dei principali centri industriali, primi fra tutti gli operai delle grande industrie metallurgiche di Pietrogrado, abbandonavano i luoghi di lavoro e se ne andavano nelle campagne, alla ricerca di cibo. Mosca perse il 14,5% della propria popolazione. Lenin dichiarò guerra ai cosiddetti kulaki, cioè sfruttatori, ovvero contadini che possiedono grano e non lo consegnano alle stazioni ferroviarie. A Mosca e Pietrogrado furono organizzati reparti di operai bolscevichi e inviati nelle campagne a requisire tutto il grano che trovavano. I contadini reagirono violentemente: nell’estate del 1918, scoppiarono almeno 200 rivolte, si trattò di un’ulteriore guerra civile, all’interno dello scontro tra bianchi e rossi.

L’armata rossa, il nuovo esercito russo – Alla metà del marzo 1918, Lev Trotsky divenne commissario della Guerra. Subito si rese conto che, se il governo bolscevico voleva vincere la guerra civile, doveva dotarsi di un efficiente apparato militare. Denominato Armata Rossa, il nuovo esercito aveva però un disperato bisogno di professionisti esperti, che potevano essere trovati solo tra gli ufficiali del vecchio esercito zarista. Questi specialisti militari non erano però ritenuti politicamente affidabili. Al fianco di ognuno di loro venne posto un commissario politico comunista, incaricato di sorvegliarne l’operato. Trotsky ordinò che mogli e figli degli ufficiali ex zaristi che servivano nell’Armata Rossa fossero tenuti in regime di detenzione, come ostaggi.

Dalle manifestazioni contro il governo alla Terza Internazionale – Nel 1920, i rossi avevano vinto la guerra civile. Il Paese, però, era in condizioni catastrofiche. Il risultato della guerra civile fu un fortissimo calo della quantità di cereali. Con l’arrivo della pace, i contadini speravano che il sistema delle requisizioni fosse eliminato o attenuato. Dal governo, però, non venne alcun segnale e ciò provocò ben presto una nuova ondata di rivolte contadine. La rivolta più impegnativa si verificò nel distretto di Tambov. Nel 1917, il movimento socialista d’Europa aveva accolto la notizia della rivoluzione d’ottobre con sentimenti contrastanti. In ogni Stato ampi settori del proletariato erano rimasti affascinati dagli eventi russi. Il 4 marzo 1919, in opposizione al movimento socialista europeo, venne ufficialmente creata a Mosca la Terza Internazionale (Comintern) – una fondazione più formale che sostanziale. Lenin pose ai vari partiti socialisti una serie di 21 precise e rigide condizioni, da accettare o respingere senza possibilità di mediazione, per entrare a far parte del Comintern.

Malcontento diffuso e Nuova politica economica

Intro – Mentre era in corso il secondo decisivo congresso del Comintern, che avrebbe provocato laceranti fratture in tutti i principali partiti socialisti d’Europa, la Russia si trovava di nuovo in guerra. Nell’aprile 1920, la Polonia aveva invaso le regioni occidentali del nuovo stato sovietico, pensando di poter approfittare della sua debolezza e dei suoi problemi interni. A giugno, l’Armata rossa riuscì a contrattaccare, giungendo fino alle porte di Varsavia. Lenin pensò che il proletariato polacco avrebbe sostenuto l’Armata Rossa, viceversa, gli operai polacchi risultarono sensibili al richiamo del sentimento nazionale, con il risultato che i russi furono costretti a compiere una precipitosa ritirata e infine ad arretrare il proprio confine con la Polonia per circa 200 chilometri. Dopo la pesante sconfitta, Lenin dedicò tutte le energie a rafforzare dall’interno il nuovo regime. Nel febbraio 1921, il malcontento era molto diffuso sia nelle campagne, sia tra gli operai di Pietrogrado.

La Nuova politica economica – Rendendosi conto della gravità della situazione, il 15 marzo 1921, Lenin presentò davanti il X Congresso del Partito la cosiddetta Nuova politica economica (NEP), che pose fine alle requisizioni di grano e introdusse di nuovo nelle campagne un’economia di mercato. I contadini furono chiamati a versare, a titolo d’imposta, una percentuale fissa della loro produzione agli organi dello Stato. Per Lenin, tuttavia, era una dura sconfitta. Per compensare questa battuta, vennero ulteriormente inaspriti la disciplina interna al partito e il già rigido controllo esercitato da esso sul Paese e sullo Stato.

Stalin al potere

La collettivizzazione delle campagne – Dopo un breve periodo di industrializzazione del Paese, il nuovo leader dello Stato sovietico, Iosif Stalin, obbligò tutti gli agricoltori a riunirsi in grandi aziende agricole collettive (kolchoz), unità produttive di vaste dimensioni controllate dallo Stato. La maggior parte degli agricoltori rifiutò questa rivoluzione dall’alto così che nei primi anni Trenta si verificò in URSS un secondo grande durissimo scontro tra Stato e contadini. Per esprimere la rabbia e la protesta, la maggior parte dei lavoratori usò l’arma della resistenza passiva, procedendo all’abbattimento degli animali che avrebbero dovuto essere socializzati nei kolchoz. In particolare nel Caucaso del Nord furono uccisi moltissimi cavalli.

La carestia del 1933 – Le autorità fecero sistematicamente ricorso alla forza e alla deportazione nei campi di concentramento. Per impedire la fuga dei contadini dai kolchoz, in direzione delle città e dei centri industriali, alla fine del 1932 lo Stato introdusse un sistema di passaporti interni. La situazione precipitò nel 1933. Il raccolto dell’anno precedente si rivelò molto inferiore alle aspettative, a causa del boicottaggio, le autorità ordinarono comunque di procedere alla requisizione delle quote fissate, a costo di far partire la fame ai contadini. Il governo inviò nei villaggi squadre di attivisti, incaricati di sequestrare tutto il grano che riuscivano a trovare.

La carestia: i contadini si arrendono – Con la legge del 7 agosto 1932, venne vietato persino di raccogliere nei campi qualche spiga: chiunque l’avesse fatto, sarebbe stato punito con il campo di concentramento. Il sistema di passaporti interni impedì che i contadini potessero riversarsi dalle campagne affamate nelle città. Questo insieme di comportamenti delle autorità trasformò un’ordinaria situazione di penuria alimentare in una micidiale sterminio per fame che provocò almeno 5 milioni di morti. La tragedia investì soprattutto le regioni dell’Ucraina, della Bassarabia e del Caucaso settentrionale. Nel caso della carestia del 1932-1933 non siamo di fronte a una catastrofe naturale, bensì al momento più violento e drammatico dello scontro per il controllo delle campagne e dei raccolti. Al gesto disperato dei contadini lo Stato rispose con le confische e i provvedimenti punitivi, i contadini sconfitti, sono stati stremati e costretti a collaborare con il regime.

La giustizia sommaria – Stalin era consapevole del fatto che i suoi metodi brutali non erano condivisi da tutti e potevano suscitare  profondo risentimento in ampi settori della società sovietica. Il dittatore attuò una durissima repressione: chiunque criticasse il suo operato o fosse sospettato di cospirazione contro il potere veniva arrestato dalla polizia politica. La persona era fucilata senza processo; in altri casi, dopo un lungo interrogatorio, l’individuo veniva condannato alla deportazione in un lager. La repressione colpì anche cittadini sovietici che si consideravano veri comunisti fedeli a Stalin, ma che ugualmente vennero condannati ai lavori forzati. Nel 1937, furono internate nei campi di concentramento (chiamati anche Gulag – Direzione centrale dei lager) circa 700 mila persone; all’inizio del 1941 i prigionieri presenti nei lager fossero 1 milione 930 mila, dislocati su una rete che si estendeva dalla Russia del Nord fino alla Siberia orientale.

Il Grande terrore – L’ondata di terrore toccò il culmine negli  anni 1937-1938. Il dato più impressionante riguarda le condanne a morte che furono 682 mila. Nell’intero arco di tempo tra 1921-1940 le condanne a morte sarebbero state 749 mila: le esecuzioni rappresentavano ben l’85% del totale delle condanne. Vanno poi aggiunti i morti per tortura durante le indagini, arrivando ad un totale di circa 800 mila morti solo negli anni ’37-’38. Il gruppo più numeroso preso di mira fu quello denominato ex kulaki, criminali e altri elementi antisovietici, Stalin temeva questi individui che in caso di conflitto con una potenza straniera avrebbero costituito una specie di quinta colonna interna ostile. Infine, nel 1937, venne colpita anche l’Armata rossa, con l’arresto del maresciallo Mikhail Tuchacevskij ed altri sette generali.

La decapitazione dell’esercito – Nel 1931, Tuchacevskij aveva convinto Stalin del fatto che la guerra del futuro sarebbe stata decisa dalle macchine, più che dagli uomini. Stalin inizio a temere che Tuchacevskij e i generali dell’Armata rossa avessero acquistato troppo potere. L’arresto e la fucilazione di Tuchacevskij segnarono l’inizio di una purga gigantesca che decapitò l’esercito (i rivali principali di Stalin per il potere): nel 1941, 71 degli 85 ufficiali superiori che negli anni Trenta avevano occupato posti di maggior responsabilità nell’Armata rossa erano morti. Allo scoppio della guerra (1939), l’esercito sovietico era ancora molto arretrato. I nuovi carri e gli aeroplani non erano dotati di radio, fatto che ostacolò la comunicazione e la buona manovrabilità delle truppe sovietiche sul campo. Grazie alle purghe di Stalin, l’Armata rossa aveva perso tutti i suoi uomini migliori e più esperti. Nel 1941, l’URSS avrebbe pagato molto cara l’inesperienza e l’impreparazione dei suoi quadri, al punto da rischiare di essere completamente travolta dall’offensiva tedesca.

Published by Vlad Gonța

My name is Vlad, I'm from Moldova, Rep. of and i'm keen on Maths, Finance and Geoplitics. I'm studying at Univestity of Bologna, Faculty of Statistical Science, Bachelor in Finance, Insurance and Business from September 2016. I graduated in July 2016 in Economics and Tourism at ITT Marco Polo Rimini with 96/100, with a Thesis on ''International terrorism and its impact on global economic and social security''.

%d bloggers like this: